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La sfida dei nuovi bisogni

Un gruppo di ricerca analizza le esperienze della rete di Acjsif per individuare un nuovo modello di co-housing.

Tiziana Tarsia, ricercatrice dell’Università di Messina, dove insegna Scienze del Servizio Sociale, fa parte del Gruppo di supporto alla costruzione del modello di co-housing, che è uno degli obiettivi del progetto Ampliacasa. Del gruppo fanno parte anche Antonella Sarlo, dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, con Monica Musolino e Maria Giuffrida, esperte di co-housing.

Il motivo per cui un progetto come questo ha bisogno di un supporto scientifico è legato al fatto che «La questione dell’accoglienza in Italia ha una storia radicata e importante, che però in alcuni contesti rischia di irrigidirsi in forme, che non sono le più adatte a questi tempi», spiega Tarsia. «I bisogni sono cambiati e di conseguenza anche l’accoglienza deve trovare risposte a domande sempre più complesse. Il supporto scientifico serve a questo: prende situazioni concrete e le astrae, facendo riferimento ad un modello teorico, per poi ritornare alle esperienze con una visione più ampia».

Per questo il gruppo si è mosso, censendo le esperienze di accoglienza della rete di Acisjf – che sono otto – e inviando un questionario di rilevazione. Questa prima fase è appena terminata: «Stiamo iniziando a mettere a confronto i materiali che abbiamo raccolto, per cogliere punti comuni e differenze. L’obiettivo è individuare alcune prassi, che possano essere proiettate in un modello innovativo di co-housing», racconta Tarsia. «In attesa dei risultati, possiamo dire che le esperienze dell’Acisjf hanno una forte identità comune: hanno uno stile di accoglienza comune, anche se con differenze sui vari territori. Sono esperienze caratterizzate da proattività e dall’obiettivo di creare autonomia per le donne che vengono accolte».

Il passo dall’accoglienza al co-housing non è scontato.  Nel co-housing, infatti, «c’è la determinazione di più persone di mettersi insieme per costruire un progetto di vita comune ma di solito si tratta di persone autonome, non si tratta di persone con  bisogni legati a situazioni di svantaggio o marginalità. E infatti, se si guarda alle esperienze italiane, si scopre che il co-housing è un modello generalmente legato a persone di classe sociale medio-alta».

La scommessa, quindi, è capire come allacciare queste esperienze alle situazioni di fragilità di cui si occupa Acisjf, cioè persone – in particolare donne – che, almeno inizialmente, l’autonomia non ce l’hanno. «Questo è il punto – continua Tarsia –, oggi ci sono altri bisogni, per i quali il vivere insieme potrebbe essere una soluzione. Ma a quale condizioni?  La scommessa è collocare questa esperienza dentro percorsi che permettano alle persone di conquistarsela, l’autonomia, perseguendo un progetto di vita indipendente, che consenta un graduale distanziamento dall’assistenza e l’uscita dal sistema dei servizi».

L’analisi dei materiali raccolti dunque continua: i risultati saranno condivisi con i partner a febbraio, durante un apposito incontro formativo, nel frattempo si sta procedendo alla disamina delle varie buone pratiche di cohousing a livello nazionale, per poter avere un ventaglio ampio di riferimento.

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