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Co-housing: un modello vero

Il 5 e 6 ottobre i volontari delle reti di accoglienza del Sud hanno fatto il punto sul percorso compiuto in un anno e mezzo di lavoro con il progetto Ampliacasa, delineando in modo partecipato un modello di co-housing.

di Paola Springhetti

 

È stato un momento costruttivo, di quelli in cui si sente che ci si sta avvicinando all’obiettivo di un percorso e che il risultato raggiunto provocherà riflessione e cambiamento. L’Incontro nazionale per la costruzione partecipata di modelli di co-housing si è svolto a Roma il 5 e 6 ottobre ed è stato una tappa importante del progetto Ampliacasa. Per un’associazione storica come Acisjf – che in Italia è nata nel 1902 – coniugare identità, esperienza e sapere sedimentato e innovazione non è facile. Ciò nonostante, negli anni l’associazione è sempre stata capace di rinnovarsi, adattando le forme della propria accoglienza ai bisogni che cambiavano, ogni volta con la fatica di inventare e sperimentare modelli, formare persone, costruire alleanze e reti, pur mantenendo fermi alcuni punti fissi: l’accompagnamento alla conquista dell’autonomia e il rifiuto dell’assistenzialismo, per esempio, e il rispetto e l’empowerment della persona.

In quest’ottica si colloca anche il progetto Ampliacasa: un percorso finanziato dalla Fondazione con il Sud per arrivare a definire un modello di co-housing che possa rispondere alle nuove esigenze delle donne – sole o con figli, italiane o straniere – che si trovano in difficoltà. Dunque, non perché il co-housing in un certo senso va di moda, ma perché può essere uno strumento efficace per raggiungere l’autonomia.

Le due giornate di ottobre sono state dedicate a fare il punto sul percorso compiuto in questo anno e mezzo di lavoro e a cominciare a delineare in modo partecipato il modello di co-housing: i partecipanti delle diverse regioni italiane si sono confrontati per delineare non un modello astratto, ma quello che da una parte sembra innestarsi meglio nella storia e nell’identità dell’associazione e dall’altra sembra più adeguato per rispondere ai bisogni specifici dei diversi territori. Per questo era importante il metodo partecipativo: se un modello deve essere costruito, è importante che concorrano a delinearlo anche le persone che ogni giorno lavorano sui territori e accompagnano le persone in difficoltà.

Durante le precedenti tappe del progetto erano state individuate quattro diverse tipologie di abitare che potrebbero essere raccolte sotto l’etichetta di co-housing.

  1. Co-housing sociale puro: i residenti abitano in un appartamento, con altre due o tre persone, e hanno scelto di partecipare a quella esperienza sulla base di una motivazione forte.
  2. Housing sociale: le persone convivono in accoglienza per un tempo lungo, in un alloggio autonomo, acquisiscono competenze (si tratta in questo senso di un incubatore) e poi vanno a vivere in un altro alloggio, in modo completamente autonomo.
  3. Housing first: le persone, con problemi di salute mentale o in situazione di disagio abitativo cronico, sono direttamente inserite in appartamenti, nella convinzione che questo crei le condizioni per intraprendere percorsi di benessere, integrazione sociale, autonomia (questa metodologia è stata sperimentata soprattutto con i senza fissa dimora).
  4. Co-housing (sociale) mediato. È pensato per residenti in situazione di fragilità, che necessitano di un supporto sociale. È previsto un periodo di convivenza in una struttura di accoglienza collettiva e solo dopo si sceglierà di andare a vivere autonomamente o con altri.

Ognuno di questi modelli ha caratteristiche comuni agli altri, le cosiddette invarianti (ad esempio, il fatto che siano disponibili unità abitative disponibili, la motivazione e la scelta personale degli abitanti, la presenza di spazi e servizi ad uso comune) ed altre che cambiano o che si adeguano ai diversi contesti. Tenendo conto della realtà associativa, i partecipanti all’incontro di Roma hanno individuato nel co-housing sociale mediato il modello che sembra rispondere meglio ai bisogni delle persone che Acisjf segue e alla sua mission.

È un modello impegnativo, che richiede per l’avvio, la gestione e la sostenibilità, una serie di attenzioni, azioni e impegni: la capacità di fare rete e di costruire collaborazioni attorno all’esperienza; un’attenta analisi dei bisogni; la selezione e presa in carico degli ospiti; la formazione e l’accompagnamento iniziale di operatori e volontari; oltre, ovviamente, a risorse economiche adeguate e così via. Con, in più, un’accortezza: nell’avviare un’esperienza di co-housing meglio pensare in grande ma agire in piccolo, cominciando dall’accoglienza di un piccolo numero di persone, fino a quando il progetto non va a regime e può quindi ampliarsi.

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