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“Da soli non si vince mai”

L’ultima intervista rilasciata dalla presidente nazionale dell’Acisjf al mensile “Insieme” per raccontare il primo anno del progetto Ampliacasa. Pubblichiamo le parole di Patrizia Pastore, a due mesi dalla sua scomparsa, perché il suo ricordo e il suo esempio continuino ad essere con noi.

di Mariarosaria Petti

Donne al servizio di altre donne. È questa la cifra di Acisjf – acronimo di Associazione Cattolica Internazionale a Servizio della Giovane – la prima realtà di volontariato totalmente al femminile, nata a Torino nel 1902 nell’alveo del “cristianesimo sociale”. Oggi la realtà conta 15 case di accoglienza, 600 posti letto, 5 mila giovani seguiti dagli uffici di stazione, 20.000 pasti gratuiti, 15.000 ragazze e giovani donne in gravi difficoltà aiutate con servizi diversi, all’anno (case madre-bambino, alloggi per arresti domiciliari, affidi diurni, collegi universitari).

È l’accoglienza delle donne il cuore dell’esperienza di volontariato, portata avanti da oltre cento anni nelle principali città italiane. Le nuove istanze, i segni dei tempi, i disagi emergenti hanno spinto però la Federazione Nazionale Acisjf a reinterpretare il concetto di accoglienza per offrire una soluzione alle donne che chiedono aiuto. «Come volontarie impegnate sul campo, ci siamo accorte che non è più sufficiente ospitare e seguire per un periodo determinato di tempo una donna in difficoltà. È necessario prenderla per mano e guidarla verso l’autonomia» dichiara Patrizia Pastore, presidente nazionale di Acisjf, moglie e mamma di quattro figli che ci aiuta a scoprire Ampliacasa, il progetto di co- ideato da Acisjf e sostenuto da Fondazione Con il Sud, una risposta innovativa delle reti di volontariato per l’accoglienza, che vede coinvolte tre regioni del Mezzogiorno: Calabria, Sicilia e Sardegna.

Da quale esigenza nasce il progetto Ampliacasa?

«L’obiettivo è quello di rispondere all’emergenza abitativa in cui si trovano oggi molte donne – è in aumento, ad esempio, il numero di donne costrette ad allontanarsi dalla propria casa per violenze domestiche – proponendo non soltanto un’accoglienza in un luogo familiare ma un vero e proprio percorso di accompagnamento volto all’acquisizione e al mantenimento dell’autonomia».

Qual è la differenza tra un’accoglienza tradizionale e la proposta di coabitazione?

«Le forme di accoglienza che abbiamo sperimentato fino ad ora in Acisjf prevedevano quasi sempre la presenza costante di religiose oppure di educatori qualificati. L’accompagnamento è sempre stato di tipo spirituale e umano. Con il co-housing, invece, le donne sono chiamate ad essere subito responsabili del proprio percorso, con la partecipazione economica alle spese (nella misura in cui possono), offrendo il proprio tempo per il bene di tutti i condomini o coinquilini, partecipando insieme agli operatori a formazioni professionali per trovare impiego. Rimboccarsi le maniche dall’inizio, con qualcuno che ti dica come fare, è la strada migliore per diventare autonomi».

Al Nord sono attive già diverse esperienze di co-housing. Quali sono gli ostacoli per impiantare realtà simili al Sud?

«È un passaggio culturale ma il Sud ha nel suo DNA la capacità di condividere, stare insieme e troverà nel co-housing una risposta efficace allo stato di povertà ed emergenza abitativa dilagante».

Che percorso deve svolgere un’associazione di volontariato per attivare un progetto di co-housing?

«L’elemento più importante affinché un progetto di co-housing funzioni è creare una rete territoriale permanente per l’accoglienza. È l’esperienza in Sicilia, Calabria e Sardegna a insegnarlo ad Acisjf. Nei territori locali mancano tavoli comuni di lavoro, luoghi dove tutte le associazioni interessate possano sedersi insieme e interloquire con le istituzioni. Da soli non si vince, mai».

Avete avuto già dei riscontri con il progetto Ampliacasa?

«Ci sono stati riscontri concreti e risultati su un piano culturale. In Calabria Acisjf sta diventando il riferimento della rete per le difficoltà legate all’abitare. In Sardegna, ad Arbus, l’associazione ha inaugurato lo scorso mese di marzo una casa destinata alla sperimentazione di un modello di co-housing. Sul secondo livello, Ampliacasa ha creato un incubatore sociale sul tema della coabitazione. Aver “messo a sistema” gli elementi principali delle buone prassi di co-housing visitate e studiate consente di avere uno sguardo ampio sul tema della coabitazione, con la possibilità di indicare strade diverse a seconda dell’emergenza abitativa a cui far fronte. Infatti, grazie al progetto Ampliacasa, i volontari delle reti di accoglienza del Sud hanno potuto vedere con i loro occhi le buone prassi del Nord, visitando case e strutture dove già da anni si sperimenta il co-housing».

Il coraggio, la fantasia e la tenacia delle donne sapranno fare il resto.

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