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Istruzioni di lettura

Pubblichiamo l’intervento di Sergio Astori, psichiatra e psicoterapeuta, che ha presentato lo scorso 23 novembre il libro “A scuola di coraggio”, la raccolta di storie delle donne dell’Acisjf. Una lettura interessante, che ci aiuta a capire l’importanza del volontariato. 

Mi sono certo domandato perché l’invito a uno psichiatra a questa sessione all’interno dei giorni della vostra Assemblea nazionale. L’Associazione Cattolica Internazionale a Servizio della Giovane (Acisjf) nasce a Friburgo, in Svizzera, nel 1987, con il nome di “Opera Cattolica Italiana della Protezione della Giovane” e nel 1902 in Italia viene trapiantata a Torino da persone dell’ambiente cattolico, aristocratico, borghese e culturale della città d’inizio secolo.
Esattamente negli stessi anni della pubblicazione della cultura psicoanalitica e filosofica del Novecento:
▪       L’interpretazione dei sogni (1899) e
▪       Psicopatologia della vita quotidiana (1901).

Si tratta di un intreccio curioso, che fa riflettere. Quanto si è evoluto e trasformato  il pensiero psicologico dagli inizi del Novecento e quanto si è evoluta è trasformata nel frattempo l’Associazione!
E che stasera si voglia intrecciare alle riflessioni della vostra Assemblea un termine nuovo della psicologia, resilienza, è l’esito della volontà, raccolta dalle sue più valide collaboratrici, della presidente Patrizia Pastore di intravedere delle analogie con altre storie di rinascita da me raccolte nel volume, Resilienza, uscito per i tipi San Paolo nel luglio del 2017.

Userò, come mi è solito, qualche immagine.

Anzitutto la copertina. Sopra il titolo azzeccatissino c’è una figura femminile che alza lo sguardo al cielo. Parto da qui, da quello che si sa di voi e che si vede di voi “da fuori”.
Il nome dell’associazione è in apparenza un acronimo un po’ strano da pronunciare.
Alcune esperienze storiche di servizio, poi, sembrano lontanissime.
E malgrado tutto ciò, appena si posano gli occhi sui colori del vostro presente, ecco riemergere, attualizzata, freschissima, l’idea viva della donna giovane, della figlia che pensa a sua madre e delle madri che pensano ai propri figli.
Appena ci si connette ai vostri canali comunicativi si odono note chiare, in contesti nuovi e antichi, di paure, di pregiudizi, di dimensioni irrisolte, di fragilità, anche di delusione e di impotenza.

Si può guardare il cielo, sembra dire la copertina del volume. Ma non con gli occhi dell’astronomo, ma con quelli di chi coglie il senso più filosofico dello sguardo al cielo: è rivolgersi al tetto sotto il quale, si direbbe con il vostro linguaggio, “facciamo tutti cohousing”. Dove c’è sempre spazio per lo sguardo ad altro e in alto per tutti, senza esclusi.
È una copertina, dunque, attraverso la quale tutte le storie sono messe sotto uno stesso cielo. Nel cielo non ci sono barriere, pareti, muri di separazione. Ci sono nubi, a volte, ma sotto di esso non ci sono scarti.

Lo prendi in mano il volume e ti sembra un libricino. Fin da subito, per il suo formato, capisci che questo è un rimando, un modo di dire che ha un rapporto stretto con le storie di donne di cui vuole trattare.

Prima ancora di entrarci, sai che la chiave di lettura non può che essere quella descritta dalla filosofa Luisa Muraro ne “L’ordine simbolico della madre” (Editori Riuniti, 2006): perché una donna si trasformi in madre ci vuole un lavoro simbolico. Il grosso di questo lavoro, lo fa la creatura piccola, lo fa il bambino, la bambina, non lo fa la madre. Pertanto, dopo aver notato che c’è una copertina grande come il cielo, notiamo che qui c’è anche una creatura, un libricino da adottare, che certamente “fa e farà” l’idea di maternità della vostra associazione; è piccolo come una vita in grembo, ma è più potente degli ingombranti marchingegni burocratici che nulla riescono a smuovere della vita vera.

Le storie appunto. Un firmamento di nomi propri: Alda (dal limite al riconoscimento), Monica (dalla fatica al coraggio), Mercedes (ripartire), Marsela (trovare tutori di sviluppo), Paola (riconoscere senza vergogna la soddisfazione), Silvia (staccarsi dagli altri per ritornare a sé), Carla (saper fermare e ritrovare il tempo), Prisca (ricongiungere), Sofia (infinite cadute, infiniti ricominciamenti), Martina (offrire una vera dimora), Lia, Giuseppina, Antonella (leggere e sfruttare le risorse del territorio), Zohora (spezzare le catene), Patrizia (la virtù della gentilezza). E galassie di luoghi, città, palazzi, servizi: Milano e Venezia, Vicenza, Verona, Firenze, Cagliari, Como, ecc.. E stili riconoscibilissimi: fare un’accoglienza che guarda negli occhi, la sospensione del giudizio, il coinvolgimento della persona stessa che ha domandato aiuto per valorizzarne le competenze residue pur riconoscendo i limiti, l’ascolto attento e profondo che coglie anche le più piccole sfumature, l’incoraggiamento, la costruzione della fiducia, il perseguimento di fini reali, di finalità realistiche, di finali possibili. Il riconoscimento anche della trasformazione e della crescita degli operatori, la disponibilità a sostare ma non ad arrestarsi, “costruire a piccole dosi il futuro” (p. 37), difendere i beni inestimabili.

Tutto questo dentro un libretto di 48 pagine?
Posso dire di sì e credo che questo dipenda da una virtù tutta femminile che la curatrice Mariarosaria Petti e tutte le figure autoriali del libro hanno  attualizzato al meglio nel testo. Come afferma Marion-Müller Colard (L’inquietudine, San Paolo Edizioni, 2018) “è arte di donna e di madre dire ciò che bisogna, e tacere il resto; sorridere, sospendere una frase, lanciare sguardi complici alle altre, ridere per condividere il mistero, allentando la stretta dell’angoscia”.

Sergio Astori

psichiatra e psicoterapeuta

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